Due minuti a Mezzanotte

Come l’uso improprio delle AI sta danneggiando i sistemi creativi

Il tema dei cyborg, delle intelligenze artificiali, della tecnologia e del loro rapporto con l’umanità e cosa sia umanità è uno degli ingredienti base della sci-fi fin dalla sua fondazione con Frankenstein, o il moderno Prometeo, di Mary Shelley. La natura della tecnologia viene interpretata dall’impiego – oppressivo o assistente – nei confronti delle persone, in particolare nelle storie che riguardano le condizioni femminili.
Nella manciata di anni immediatamente precedenti i nostri, l’uso delle AI nei campi più futili ha dilagato: il primo bersaglio sono state le arti visuali, soprattutto fumetti, illustrazioni e immagini propagandistiche, e a seguire la composizione tramite previsione statistica dei testi.

Testi, immagini, mail automatiche, musica, video: i prodotti mediocri generati dalle AI hanno invaso ogni angolo del web e della stampa, insieme a robottini lavapavimento e lavatrici intelligenti che si rompono subito per i dettami dell’obsolescenza programmata. Dei campi in cui una AI è performante e salvavita, dove conterebbe per davvero, si parla poco o nulla sui media mainstream: troppo impegnati a trasecolare davanti a una macchina che fornisce oracoli vacui prêt-à-porter o a presentarci macchine militari che compiono simulacri di ballo. La preoccupazione principale sembra essere sintetizzare apprendimento e simulazione di sentimenti per poter poi creare il robot da compagnia, da quelli già sul mercato di aspetto pucchoso per elaborare traumi a quelli di interazione sessuale.

Gli autori di sci-fi tutto avrebbero immaginato per il futuro, tranne forse una AI impiegata per scrivere testi che poi si legge da sola, per figurare in una classifica automatizzata da algoritmi: infinite camere vuote di ego.

In qualità di artistə, in Dracones siamo contro l’uso delle AI applicate, e basate, sullo sfruttamento del materiale artistico e scientifico di altrui proprietà intellettuale, e sui dati biometrici – tramite l’aggressione alle legislazioni e alla creazione di autoregolamentazioni opache, incentivate soprattutto dalle piattaforme big-tech e a cascata da un numero sempre più crescente di aziende.
Se questo non può essere evitato da unə artista che si trova in un sistema collettivo (come per esempio unə scrittorə che scopre solo all’uscita della sua opera che la copertina, o la traduzione, è stata resa in AI, e che di certo non lo rende complice nello sfruttamento altrui), questo può invece essere oggetto di riflessione sulle singole maestranze che esercitano la propria presenza nei vari campi in gioco e che possano decidere da sé. La sproporzione di potere e di ruolo tra un singolo e un’azienda è un dato incontrovertibile – “se mi pongo contro l’uso delle ai potrò lavorare ancora con l’editore X o l’etichetta musicale Y?“-, ma il fatto che la galassia di professionalismi sia vasta non impedisce alle varie parti di schierarsi, anche e soprattutto per chi non lo può fare. L’importante è che si prenda coscienza delle proprie responsabilità, ruolo e potenzialità.
Sarebbe semplice motivare le risposte con “Perché? Ma perché no.“, ma qui facciamo fantasy, e se c’è una cosa che amo è la fantascienza vecchia scuola.

August 4th, 1997

Quando mi hanno chiesto di scrivere questo pezzo per Dracones sul tema “la posizione sull’uso delle AI”, il giugno più torrido a mia memoria era appena cominciato.
Per me l’estate vuol dire solo due cose: caldo, che odio, e le vecchie glorie sci-fi in tv (anche se ormai Terminator non ha più il bollino rosso ma si avvicina pericolosamente alla categoria I bellissimi di Rete4).

In questo momento della nostra timeline, mentre io riguardo per la centesima volta Il Pianeta delle Scimmie, Interceptor, Terminator e compagnia cantante, ho anche nel feed gli editoriali dedicati a come le AI stiano accelerando la crisi climatica, da una parte per il proprio impatto energivoro, dall’altra per il loro impiego massiccio in campo militare. La persona che supervisiona avrebbe solo pochi istanti per abortire la missione, ma essendo meno umana della macchina, le più intelligenti armi della storia stanno facendo i record delle vittime civili (per dirla in altri termini: le AI valutano come perdite calcolate i civili coinvolti dei raid).
Nel mentre, l’orologio non segna più two minutes to midnight, ma una manciata di secondi (89).

Letteralmente, questo:

The Skynet Funding Bill is passed. The system goes online August 4th, 1997. Human decisions are removed from strategic defense. Skynet begins to learn at a geometric rate. It becomes self-aware at 2:14 a.m. Eastern time, August 29th. In a panic, they try to pull the plug.
It launches its missiles against the targets in Russia.
Because Skynet knows that the Russian counterattack will eliminate its enemies over here.

Terminator 2 – Il Giorno del Giudizio

Mixato a questo, un prologo con voce fuoricampo sotto cui scorrevano le immagini di esplosioni atomiche:

For reasons long forgotten two mighty warrior tribes went to war and touched off a blaze which engulfed them all. Without fuel they were nothing. They’d built a house of straw. The thundering machines sputtered and stopped. Their leaders talked and talked and talked, but nothing could stem the avalanche. Their world crumbled. Cities exploded — a whirlwind of looting, a firestorm of fear.

Interceptor

Da decenni gli autori di scifi sono crocifissi in sala mensa perché considerati colpevoli di descrivere negativamente l’energia atomica – soprattutto a uso militare. Curiosa coincidenza che la critica sia da parte di chi crede si possa sfruttare economicamente derubricandone i rischi e i problemi a statisticamente improbabili. “Non succede, ma se succede…”
Lo stesso avviene per le AI: lə autorə di sci-fi avrebbero dato una cattiva fama alle AI, come se nella vita reale progettare un sistema che considera un essere umano sotto il metro e venti danno collaterale e violare diritti di copyright e sostituire i lavoratori fossero tutto sommato valide argomentazioni – al livello della diatriba meglio star wars o star trek?.

Per quanto le argomentazioni possono essere varie, vi condivido quella che per me è la suprema, uscita da una conversazione con amicə autorə e lettorə, perché noi fumettistə siamo delle pessime persone a pretendere che il nostro lavoro non sia sfruttato fuori dalla nostra volontà mentre facciamo i nostri disegnetti con la critica sociale:

Il fatto è che nessuna AI è in grado di ottenere veri progressi perché non è in grado di migliorarsi. È in fondo solo un’enorme macchina che mastica dati per darti il risultato più cheap che ci si aspetta da lei secondo dei quadri statistici. Ma se domani collassasse la tecnologia e chiedessi a voi artisti di produrre con quello che c’è, lo sapreste fare lo stesso: vi servirebbe solo il tempo minimo per gestire il nuovo materiale superstite. Perché voi sapete come si fa, lo avete imparato e sapete come applicare le arti. La AI, che frulla solo dati, no.

Il problema dell’uso delle AI in campi artistici, che in realtà altro non sono che statistica sotto steroidi, è che si tratta di un sistema finalizzato allo sfruttamento di materiale originale dellə artistə e i dati degli utenti per estrarre denaro. Si applica la più stupida delle idee capitalistiche (licenziare e sottopagare, per un ulteriore margine di guadagno) a una tecnologia basata sul furto (spazzare il web come le seppie di Matrix per masticare i contenuti originali, farne coriandoli e rimontarli in ordine sparso, cercando di bucare i programmi di protezione e le leggi), teorizzata da chi pensa che azzerare i tempi di produzione (tutto, subito, ora) sia ok, per emulare prodotti creativi che richiedono tempo per la realizzazione, test e presentazione.

Il tutto condito con la seconda idea più stupida del capitalismo: le arti non valgono, ma se vale qualcosa, esso deve essere sottratto ai proprietari per estrarre denaro e fama. Doppiatorə scoprono che la propria voce viene usata senza che abbiano mai approvato l’uso, e così etichette di animazione tentano di rieditare con AI il materiale già prodotto per licenziare storyboardistə e animatorə; case editrici creano finti scrittori per lanciare testi composti tramite AI, enti culturali assemblano immagini oltre i confini della realtà, spot pubblicitari usano personaggi con testi AI incomprensibili, avvocati si trovano con sentenze elaborate tramite AI con leggi che non esistono, i medici si ritrovano pazienti danneggiati dall’aver preso rimedi letali suggeriti dalle AI.

Nemmeno i dati sensibili e biometrici stessi delle persone sono protetti, se non blandamente all’interno dell’UE dalle sue legislazioni. Perciò, proprio in questi giorni, la Danimarca sta introducendo una legge per tutelare i dati dei cittadini dall’uso AI, rendendoli padroni della propria immagine – voce, faccia, corpo- così da impedire che le AI tramite i social li impieghi senza consenso esplicito.

Le arti e le materie umanistiche, non producendo nell’immediato valore economico quanto un brevetto tecnico, sono sfruttate invece nel potere di immagine: uno scrittore o un fumettista di successo sono invidiati non per la loro maestria nel raccontare, ma per la sua fama. Di conseguenza, chi usa le AI per generare contenuti si scontra di faccia con il primo problema: quasi nessun autore campa con i proventi delle proprie opere. Con un testo più mediocre del più scarso autore sul pianeta, quanto lontano potrai andare?

Come mi ha detto una persona più intelligente di me, Solo un CEO e un AD, che non ha nessuna utilità reale e non ha nessun vero lavoro, è affascinato da questi processi, e li tiene in palmo di mano perché sono inutili e costosi tanto quanto lo è lui, che è pagato venti volte il primo dipendente anche quando non si assume nessuna responsabilità.

In Italia abbiamo un pessimo rapporto con la scienza e la sua comunicazione: esaurita l’era di Piero Angela, lo spazio sui media dedicato alla scienza, e il tono con cui si racconta, è drasticamente diminuito e cambiato. Siamo passati da la scienza è comprensibile a tutti a Troppo frizzante!
Uno degli aspetti più assurdi è vedere, nei pochi servizi di scienza e tecnologia realizzati in Italia dalle reti principali (RAI, SkyTg24, escludendo qui per ragioni numeriche, di media e di target tutti i buoni divulgatori nativi digitali), come la comunicazione sia stata ipersemplificata, e ricercatori anche di università importanti si stiano concentrando sullo studio di sviluppo di modelli di emotività artificiale.

L’obbiettivo sarebbe sviluppare software che possano simulare, se non provare, emozioni, poi connesse alla creazione di robot di aspetto verosimilmente umano. Ne consegue l’eventuale sviluppo di robot da compagnia, che alla modica cifra di una media utilitaria vaghi per casa, si sieda sul tuo divano (!), ti fornisca “assistenza affettiva sincera” (sesso) e sia possibile sospendere il processo di apprendimento quando l’AI non si comporta come previsto. Insomma, l’AI stessa smette di essere ok quando proietta simulazioni non gradite, come la possibilità di autodeterminarsi (questo 4 agosto 1997 sta diventando il Giorno della Marmotta) nel momento in cui le sue istanze diventano troppo simili a quelle umane, cioè potrebbe rifiutarsi. L’unica cosa evidente è la fobia tutta umana che si è sviluppata che qualcosa e qualcuno sfugga al controllo, esca dalle aspettative, si autodetermini. Per queste persone, il 1968 dev’essere un incubo.

Si lancia anche l’idea che, mentre questi robot sono in fase di gioppinare a riposo, le loro componenti mentali possano accedere a un mercato robotico di criptovalute per specularci.

Del robot originale (robota deriva dal ceco, “lavoro faticoso”, usato da Karel Čapek per gli automi che sostituiscono gli operai nella sua opera R.U.R. del 1920), cioè un complesso macchinario per assolvere i lavoratori dai compiti più gravosi compiendo movimenti ripetibili e prevedibili, non c’è più traccia. Il robot viene immaginato come sostituto del lavoratore – tutta la storia della rivoluzione industriale è basata sul togliere i mezzi di produzione ai lavoratori, controllarli e poi dismetterli il più presto possibile appena il loro costo si alzi oltre la soglia dell’indigenza-, ma non è mai di pari passo alla situazione del lavoratore, privato di tutti i mezzi di sostentamento.
Gli automi hanno sempre fatto parte dell’immaginario umano, in ogni luogo, da Pandora al T-800, ma l’idea che un manichino mi rubi il lavoro, abbia la paghetta da giocare in borsa, mi rubi il divano (il mio divano!), effettui sincera assistenza affettiva è più ridicola che fantascientifica. Una sexy slotmachines, il mix di ogni idea perfettamente stupida che già la fantascienza non abbia sviscerato deridendole parecchio (le sexy doll sono un tema talmente storico da essere caricaturale), mentre siamo intanto un paese con un altissimo numero di vittime sul lavoro. Si immagina di poter speculare e giocherellare con la moltiplicazione magica del capitale, come in una qualsiasi pubblicità di crypto, ma si trova fantascienza estrema l’idea di salari minimi, tassare i ricchi, sicurezza e strumentazione salvavita.

Ora.

Perché quale motivo le AI rappresentano tecnicamente un problema (a parte il fatto che la loro applicazione in campo comunicativo reitera la sciatteria, il furto e rende gli utilizzatori di tale materiale parte del problema)?

Ci vuole tempo

Ma poi ci metto del mio”. No, non ci si mette del ‘proprio’. Non aggiungo il sale a un prodotto scongelato e vado a spacciarmi per Giorgione Orto & Cucina.

Per scrivere un testo decentemente, comporre una melodia ascoltabile, realizzare un’immagine passabile, ci vuole tempo. Non raccogliere i coriandoli derivati da altre opere e chiamarle composizione.

Allo stesso modo, usare AI testuali e visive per scorciare dei passaggi trasmette solo sciatteria del proprio lavoro: è inconciliabile a livello di etica professionale dichiararsi artigiani, o fornitori di un lavoro curato, se una parte dei processi, di produzione o comunicativi, è demandata a un automatismo dichiaratamente basato sullo sfruttamento dei lavori artistici altrui. Lo notiamo tutte le volte che c’è un’ondata di mode con avatar tutti uguali, con le card e i video promo di prodotti e servizi dai colori saturati e con fisicità ridicole e totale inespressività, processi innescati dalla pigrizia e dall’incompetenza il cui unico risultato è creare una murata di contenuti visivi tutti uguali. Anche quando si ha a disposizione numeroso materiale fotografico di buona qualità e pure in CC, occorre un tempo minimo per raffinarlo.

A volte si cade in scivoloni pazzeschi (sì, sto guardando i vari enti, associazioni e imprese culturali che creano card promo architettonicamente imbarazzanti con le AI con la prospettiva pensata da Cthulhu e con colori improbabili, perché la AI non sa unire i dati scientifici coerenti alle immagini da generare, proprio perché statisticamente non sono rilevanti).

È la ridicola pretesa di azzerare i tempi di produzione e fruizione, o piagnucolare che si è trascorso addirittura un pomeriggio a far generare l’immagine agognata cercando di equiparare il valore dell’impresa con quello degli artisti. Tutto è finalizzato ad avere subito, qui, ora, un prodotto che deve essere inscatolato, confezionato, venduto e non criticabile. Gli assemblatori AI sono spaventosamente permalosi, mentre l’autorə vero da anni viene sistematicamente eroso dai campi di discussione, anche quando si tratta dei suoi stessi diritti.

Eppure non è difficile: se non si è disposti a curare la propria opera, perché dei perfetti sconosciuti dovrebbero perdere tempo a fruirne?

Il punto però non è la qualità intrinseca dell’opera: lo sappiamo che in ogni campo artistico umano ci sono prodotti buoni e meno buoni, che una gran parte di tutto è fuffa. Quello che è sul piatto è ancora una volta il limite su cosa sia umano, e la fallibilità dell’umano è la sua risorsa principale. Non esiste il talento, esistono molteplici inclinazioni, apprendimenti e possibilità che, quando si incrociano, e sbattono contro il fallimento, fanno scaturire le opere.

Essere artisti non è connesso al successo e al denaro: Michelangelo fece il matto quando a vent’anni non gli fu riconosciuta la paternità della sua Pietà, perché si sentiva privato della sua opera, e fino a Novecento inoltrato è stato sempre difficile per molti artisti farsi riconoscere la genitorialità dell’opera, il nome in copertina. Le legislazioni a loro tutela, aggredite sistematicamente da contratti predatori, sono da sempre un campo di battaglia aperto. Ma essere artisti non è sinonimo di successo: è sinonimo di una persona che padroneggia tecniche espressive terminando un processo creativo. Se a un illustratore tolgono i colori, lo saprà realizzare a matita, se a uno scrittore tolgono programmi di videoscrittura saprà comporre a penna, se a un musicista, compositore, pittore… sapranno… ma chi usa le AI, anche solo senza la corrente, non saprà. È artista chi lo fa per semplice diletto, chi per professione, chi per hobby.

La cosa assurda è che quello che viene chiamato miracolo tecnologico è un processo totalmente normalizzato nel mondo archeologico: ci sono programmi che assemblano le foto tutte assieme di uno scavo per ricrearlo in scala 1:1, in modo che diverse università possano consultarlo.

L’unica differenza sostanziale è che le foto sono le tue.

Lavoro e proprietà: questione di POV

Adesso vi dovrete trovare un vero lavoro” / “sono artista anche io” / “Abbiamo democratizzato l’arte”.
Mai come in questo periodo la persona che vuole cominciare a fare arte dal niente ha a disposizione un fottilione di risorse. Tutorial su internet, biblioteche, altri artisti a cui chiedere, corsi dal vivo e online. Lo può fare con matite, penne bic, carta riciclata, con la foglia d’oro 24K.

Il punto è un altro.
Le multinazionali, e a cascata le aziende editoriali, sono interessate a dismettere gli artisti e usare le AI, per un motivo molto semplice:

Le AI non rompono i coglioni con cazzate tipo Royalities da riscuotere e idee balenghe socio-politiche. Per ora.

La questione nel mondo del fumetto è stata già tartassata perché il fumetto, per sua natura e nascita, è antisistema.
Nasce sulle pagine dei quotidiani, con vignette satiriche che irridono il potere e i potenti: li hanno sbeffeggiati durante il Proibizionismo e il Maccartismo, sfidavano la morale, erano le lotte dal basso. Ogni tre per due le riviste venivano ritirate, sequestrate e censurate, gli autori rischiavano la galera. Bastava la vignetta giusto al momento giusto a mettere in crisi un’intera dirigenza.
Ogni adattamento a schermo dei fumetti è teso a disinnescare la carica di critica e le tematiche adulte, da Popeye the Sailor Man alla supereroistica, al punto che quelle rare volte che succede che una pellicola rispetti tali tematiche il pubblico mainstream, impreparato, è infastidito.
Il fumetto è indomabile e diseducativo, quindi si spinge per avere una tecnologia che permetta di bypassare la voce autoriale rendendola prima minoranza e poi estinta, dietro l’alibi de il pubblico non distingue se umano o AI, per invalidarne il punto di vista.

Nel mondo editoriale questa logica è già standard da anni.

Guardate bene i libri che avete comprato, con quella traduzione pessima, la mancanza di correzione di bozze, il nome autore irreperibile, la grafica scalognata, la carta cheap che nemmeno le bibbie da hotel; e poi l’abuso di stage redazionali, i lavoratori in tipografia sfruttati, le royalities mai pagate e i resi opachi e sul retro del volume cartonato una cifra che una volta si pagava per cataloghi d’arte a colori.
Sono anni che si perde un pezzo alla volta, e anni che viene sempre meno la figura dell’autore. Una figura sempre più opaca come i parenti nelle foto di Martin McFly, costretto a diventare un fenomeno mediatico per garantire un pubblico certo, consegnare un testo e poi scomparire dalla scena quando si parla di diritti che lo riguardano o del contenuto. Parlano chi assembla i libri, ma non chi li fa. A farlo saltare per avere confezionato qualcosa di istantaneo e confortevole come la zuppa, da far consumare dopo aver creato un mercato che non offre altro, il passo è prossimo.

La Pizia di Palla 8 e il pensiero magico

Ma come funziona l’automatica composizione di un testo? Cosa ci rispondono le AI quando chiediamo di correggere le scalette di trama, di caratterizzarci il villain, di trovarci una descrizione di paesaggio alieno?

Le AI sono statistiche sotto steroidi: questo vuol dire che il risultato che assemblano è basato non strettamente sul ragionare dei parametri richiesti, ma sul calcolo statistico di aspettative. Applicato al testo, ciò che rendono è il risultato di ciò che hanno calcolato come prevedibile. Questo vuol dire che il significato ce lo mette chi sta interrogando la macchina: non dimentichiamoci mai che i computer nascono come enormi macchine per movimentare calcoli stratosferici, che sperimentano poi con norme archivistiche, e che il linguaggio informatico che ne scaturisce ha la natura di indagare la profondità classificatoria e solo dopo nasce la sua vocazione di comunicazione.

Appena stati in grado di programmare pagine raggiungibili dai terminali tramite una rete, i nerd del mondo hanno cominciato a compilare elenchi delle loro esperienze: tutti i numeri e gli articoli delle riviste cartacee, cataloghi di stelle e loro magnitudo, conchiglie, geoidi, musiche. Il web pubblico all’inizio era la versione immateriale di una biblioteca medievale, dove si cercava velocemente di tenere ordine della immensa conoscenza condivisa, solo con meno gattini e immagini zozze più visibili. Quando interroghiamo un fondo archivistico non trasecoliamo per la capacità della macchina di permetterci di investigarlo fino al singolo documento, ma per la capacità dell’archivista di organizzarlo… o ci incazziamo se ci fermiamo solo al nome del primo livello, portandoci quindi in archivio a scoprire i successivi. L’Archivistica è una scienza bellissima fatta da introversi per altri introversi.
Con le AI questo non è compreso. La AI viene interpretata come una creatura senziente in grado di fornire mirabolanti risposte di cui i tg e i quotidiani sono pieni.
Sia per i testi che per le immagini, i risultati sono accolti con meraviglia e nessun dubbio: è il pensiero magico.
Pigi un pulsante, qualcosa di significativo accade. Il problema è che è qualunque cosa.

Ho chiesto a chatgpt di analizzare il mio testo, ho scoperto cose strabilianti”; “Ho chiesto alla AI di darmi dei profili di villains, e non mi sarei mai aspettato…”; “La AI ha sistemato il mio testo, è bellissimo!”; “Ho realizzato un video in AI come trailer per la mia opera…”; “Ho chiesto all’AI di fornirmi la documentazione per il mio romanzo storico e…”; “la cover in AI che ho realizzato è perfetta…”

Qualsiasi sia il risultato fornito, è strabiliante, denso di significato, inaspettatamente geniale. Per il semplice fatto che accade. La Ai fornisce risultati statisticamente prevedibili, sia per il contenuto che per la processione delle parole: quando appare l’eroe affronta indicibili pericoli, siamo noi che vediamo la semantica all’interno dell’indicibile pericolo, e la riempiamo di tutti gli indicibili pericoli che abbiamo fruito tra film, romanzi e serie.
A cui segue poi qualche lamentela sul fatto che si dovrebbe avere rispetto di tale creatività (quella di chi ha inserito le parole chiavi, non della AI che ci ha ricavato un haiku da dodo e cetriolo, finché la AI non chiederà le royalities), perché per creare una cover puoi addirittura metterci un paio di ore. My sweet summer child.
Curioso che questo non si verifichi mai quando all’illustratorə viene richiesta una cover e sono necessarie mille modifiche, perché imperfette (Lo vorrei più… magico, più steampunk più qualsiasi cosa non ho chiesto la volta precedente, orizzontale, con le stelline, senza, in primo piano dopo che ho chiesto figura intera, tratto da una storia vera), o si faccia documentazione, o si sottoponga il proprio editing. Solo l’atto di ricevere un responso automatico è vissuto come l’oracolo della Pizia… e non come tentare di risolvere il nostro buco di trama agitando Palla 8 e agendo in virtù della risposta certamente sì.

Il segreto per risolvere tutti questi problemi di scrittura?

Chiedi consiglio ai libri.

The Pagemaster

Questo aspetto è figlio dei nostri tempi, dove le scienze hanno smesso di essere comunicate come una macchina complessa che, una volta compresi i meccanismi, possono fornire risposte e nuove domande sull’universo, e hanno cominciato a essere presentate come semplificazioni e come se tutto fosse un Luna Park in cui le scienze, dure e umane, devono intrattenere senza complessità e responsabilizzare gli utenti e mai urtare le loro emozioni. Pigi pulsante, tiri leva, ottieni risultato: praticamente delle slot machines. Molte opere della fantascienza, soprattutto negli anni Settanta, presentavano questa modalità (cibi istantanei che uscivano pronti da sportellini, abiti già stirati) ma erano solo stratagemmi per rendere più futuribile la quotidianità consumistica: nessuno di questi titoli presentava il problema di assolvere i lavoratori da incarichi fisicamente gravosi, ma solo permettere alla cameriera di rimanere cameriera ma con un cocktail con le antenne. Il risultato è stato l’assorbimento del concetto che le scienze siano strumenti automatizzati che realizzano ogni nostro desiderio all’istante – ma quando ci si richiede un minimo di problem solving (banalmente, il check delle informazioni fornite dalla AI stessa) entriamo in crisi.

Per una serie di mestieri creativi dove è richiesto di base il problem solving e il pensiero laterale, dove la prassi è che non si finisce mai di imparare, l’idea che delle task possano essere accorciate e demandate a un calcolatore di statistica che elabora – male- dati, ha come unico esito quello di creare prodotti ancora più mediocri. Soprattutto basandosi su tecnologie implementate da chi ammette che gli serviva qualcosa che lo aiutasse a distinguere il tono da usare per una mail alla mamma da quello per il relatore di tesi… nel mondo reale, in queste condizioni, a un qualsiasi colloquio di lavoro la risposta è le faremo sapere.

Quello in ballo è solo il traguardo in finale, l’idea di riscattare un risultato, e non di compiere un percorso il cui esito, nelle arti come nelle scienze, non è mai certo. Sono una persona monotona, ma era già stato scritto in Jurassic Park, (dove il problema non è la T-rex nella stanza), quando il professor Malcolm parla di salire sulle spalle di altri, avete preso cose senza nessuna disciplina, messe in una scatola e ora la volete vendere, e nel romanzo sfida gli ingegneri a rintracciare il numero esatto di esemplari di una data specie. Risultato? Si erano affidati solo alla ricerca automatica del sistema, per poi scoprire che, uh, la vita vince sempre.

Questioni ambientali: The hands that threaten doom.

L’ultima tappa di queste montagne russe del pessimo gusto è l’ambiente, croce e delizia di ogni ambientalista.

Perché la faccenda, lo so, sarà molto comica quando la racconteremo a quei pochi superstiti più giovani tra un’incursione e l’altra dei robottini lavapavimenti e friggitrici ad aria assassini.

Per interrogare le AI testuali o creare immagini, i server consumano fottilioni di energia, annessa l’acqua che serve per raffreddarle. Le stime parlano di campi di calcio e blindocisterne a botta. Voi scrivete Grazie, e date fuoco a una prateria. Si libera un’energia pazzesca, e solo per chiedere il vostro avatar vagamente somigliante a una comparsa brutta di Miyazaki.
Lo stesso avviene con la moda usa-getta, la plastica e gli allevamenti e culture intensivi: ognuna di queste industrie è sorretta dalla richiesta sempre più isterica di un mercato mediamente ricco di ogni continente e scarica i costi e le scorie sulle persone più povere e sui territori considerati predabili.
Questo sembrava solo un problema da “terzo mondo”, in quella strana idea che nei paesi più poveri già vittime di colonizzazione recente e che si trovano in fasce equatoriali dove i fenomeni atmosferici sono già intensi, sia la norma essere spazzati via da un monsone o avere siccità che durano lustri. I catastrophic movie sono un genere giocattolone di Hollywood che ipotizza questi scenari… ma negli USA.

La climate fiction, svuotata della sua natura critica, arriva a inscenare distopie annacquate in cui si tratta ciò che è un martedì qualunque in un paese tropicale come una tragedia epocale per un abitante del “primo/secondo” mondo.

Con l’avvento delle AI e quello strano meccanismo per cui gli scienziati hanno gridato “questi modelli porteranno a un punto di non ritorno della crisi climatica” e le aziende tech hanno risposto “oh sì, che bello! È proprio quello che ci serviva, estrarrò terre rare ancora di più e ancora più veloce e fonderò l’artico per costruirci un resort!”, è stato necessario per queste ditte trovare tanti posti diversi dove allocare i loro server, che per raffreddare consumano tanta acqua da creare crisi idriche locali. Sono stati infilati microchip superflui in ogni elettrodomestico, passando dal meccanico all’analogico, accorciandone la vita e rendendoli irriparabili.
Questo scenario lo accettiamo quando lo vediamo in un tg, ma quando è il Kentucky, la Spagna o il Canada, spaventosamente vicini a noi, diventa imprevedibile tragedia, le falde acquifere prosciugate perché vengono canalizzate non più per agricoltura, ma per raffreddare i data center privando dell’acqua i residenti.

Ma a questo punto mi si potrebbe dire: mi sta sul cazzo l’ambiente. È una ragione.

Nel 2021 tre giovani ragazzi brillanti, ognuno storico di un campo diverso, e un fotoreporter, mi hanno chiesto di illustrare un loro progetto a graphic novel: Deviced. Il racconto di come nasce, cresce, muore e disintegra il mondo lo smartphone che abbiamo in tasca. Ogni tanto delle insegnanti ci chiamano per far leggere il testo alle classi, anche ora che è fuori produzione. Il graphic novel spiega come questo ha impatto sulla vita sventurata della gente in tre nazioni diverse – Cina, Congo e Ghana.
AI e dispositivi sono collegati? Sì.
Gli scienziati ci stanno dicendo da anni che il pianeta non potrà più reggere i consumi superflui che la parte più ricca dell’umanità ha, a discapito di quella più povera, e che non è questione di se, ma di quando diventerà incompatibile con la vita umana.
Almeno per egoismo, quindi, bisognerebbe farsi furbi, continuando anche a odiare l’ambiente.

Negli ultimi quindici anni, complice la combo smartphone, social network e obsolescenza programmata, questa cosa sta accelerando tantissimo.

La faccenda è molto semplice, ve la può spiegare anche vostra nonna:

Una volta la lavatrice durava 20 anni. E anche il maglioncino di tuo nonno, e la carne si mangiava la domenica. Se qualcosa si rompeva, si riparava.
Adesso abbiamo tutti in casa almeno un oggetto che abbiamo fatto prima a ricomprare che a riparare e ci sono frotte di poveri che pedalano per portarci cibo scadente alle undici di sera.
Gli smartphone hanno sviluppato modelli in cui la batteria non è estraibile, le app non sono disinstallabili e spiano i dati, e le AI finiscono in campo militare. E per girare, il sistema, con uno schermo così grande, deve avere all’interno metalli e terre rare. Materiali che negli ultimi anni hanno moltiplicato gli scavi, le ricerche e le guerre.
Abbiamo tutti in tasca uno strumento che potrebbe potenzialmente far allunare un modulo orbitante, ma lo usiamo per annotarci la lista della spesa: è l’incarnazione di quell’aneddoto la NASA vuole spedire un astronauta con una penna a inchiostro, ma non riesce a risolvere dei problemi gravitazionali; l’URSS allora manda i suoi con una matita.
Questa combo fatale – obsolescenza programmata, logica usa e getta, consumo immediato, disemolecolarizzazione del lavoro altrui, distruzione dell’ambiente – è tutta basata su un cardine: è presentata come una necessità.

Non se ne puoi fare a meno, giusto?

Sbagliato.

Fino a un paio di anni fa le card social per i propri prodotti si usavano, e si usano ancora oggi, foto e immagini in CC, cioè messe liberamente a disposizione per i fruitori, e fino a una decina di anni fa i post dei blog, annunci e recensioni li compilavamo sempre noi. Era parte del bello del blog, compilarlo, non trovarsi una lista di frasi fatte da AI su libri e viaggi che risultano obsolete già dopo qualche settimana.
L’uso di AI, soprattutto in un momento in cui ormai è risaputo che sono frutto di furto di proprietà intellettuale e impattante sulla crisi climatica, figura come una scelta consapevole. Avatar, fondali per post promozionali, caroselli promo, corsi AI di scrittura: più sono elementi futili più sono difesi a spada tratta, più si necessiterebbe di scienze per proteggere i lavoratori più esposti meno c’è sensibilità condivisa.

Una AI che prevede che servirà montare le catene da neve a novembre, che il villain della vostra storia dovrebbe avere un background, o che vi fornisca un viaggio dell’eroe con avvenimenti avventurosi è superflua, futile e dannosa, perché quelle risposte noi già le abbiamo.

Le AI hanno delle applicazioni stratosferiche in ricerca astronomica, medica e umanistica, nei dispositivi salvavita e di assolvenza dei rischi, nella tempestività di interventi ambientali per salvaguardare foreste da incendi o ghiacciai dalla fusione: ma questi ambiti sono frutto di ricerca, mentre il grande bacino web di immagini e testi (adesso che siamo nell’era del web umanistico), essendo artistico e umanistico, è considerato predabile. Viene messo in secondo piano rispetto allo scopo più richiesto, cioè estrazione di capitali, invisibilizzazione dei punti di vista e appropriazione di immagini.
Non è un caso che un’applicazione di questo tipo sia tangente a questi anni dove si è sdoganato il concetto di post verità: l’apparire è tutto, la sostanza è nulla, e anche quando la menzogna è sburgiadata si applaude comunque al truffatore perché è stato bravo, confondendo i ruoli di disonesto con quello del prestigiatore. Conta apparire creativi, creativi vincenti, senza tutto lo smazzo di studio, ricerca, o semplicemente tempo di diletto nella creazione di un testo o un’immagine, e continuare a sembrarlo anche quando ormai il trucco è caduto, in una società che ha spinto al massimo sul consumo bulimico e l’appropriazione prepotente. Chiunque deve poter spingere bottoni, altrimenti Chiunque non potrebbe concorrere senza scorciatoie.

L’artista è quello che la mattina si sveglia e sa che vuole creare qualcosa nonostante non abbia un pubblico né risorse né potrà mai farlo al massimo delle proprie capacità come se lo sogna. E lo farà nonostante tutto.

Vengono travestite da necessità ciò che in realtà sono spinte per fare breccia nelle abitudini. Scegliere di limitare il nostro impatto, o addirittura avere la possibilità di riuscire a sottrarcisi, in questi campi, dipende sempre da noi e dalla nostra attitudine a resistere.

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