Un Affare per Orecchie a punta

Scritto da Francesca Floris

Esiste un momento preciso a cui far risalire la nascita del termine “radical chic” ed è il 1970, quando lo scrittore Tom Wolfe, in un articolo sul New York Magazine, definisce così la borghesia che in quel periodo storico, contro i propri interessi, simpatizzava con le Pantere Nere. Il termine ha assunto un’accezione dispregiativa, ma il punto è questo: cosa c’è di male nell’usare il proprio privilegio al servizio di chi non ha le stesse fortune, quando questo non avviene ipocritamente?

Un Affare per Orecchie a punta racconta la storia di Mannekin, un investigatore goblin che ricalca perfettamente le caratteristiche del detective noir. Indaga sulla morte di una giovane ninfa e nello svolgimento del suo lavoro scopre macchinazioni al di sopra di lui, che sono poi le motivazioni che hanno portato la sua vittima a pendere dal soffitto.

Infatti, il contesto culturale in cui si sviluppa la storia è vitale: la classe operaia è quasi un personaggio a sé che si muove sullo sfondo ma non è mai passiva né estetizzata. Inoltre, questa è composta principalmente da individui che non hanno ereditato alcun tipo di privilegio. Mannekin dovrebbe trovarsi alla base della gerarchia, in quanto goblin, ma è riuscito a svincolarsi dalla posizione più disagevole per arrivare a metà della piramide sociale grazie al suo lavoro in polizia. Anche Maggie, la vittima per cui indaga, si trovava a metà perché gode del privilegio etnico e razziale (oltre a beneficiare del bias cognitivo dell’effetto alone) ma non si trova così in alto da essere completamente libera sotto tutti gli aspetti.
Maggie e Mannekin si somigliano per certi versi, soprattutto negli intenti, ma sono diametralmente agli antipodi nell’esecuzione: la ninfa è un’idealista pronta a fare la cosa giusta, il goblin fa la cosa giusta un po’ controvoglia, quasi per abitudine, perché è sì la cosa giusta, ma in cuor suo crede che le sue azioni non cambieranno niente.

In Un Affare per Orecchie a punta la critica sociale al capitalismo si sente fortissimo e il concetto delle razze nel fantasy, classicamente percepite su una scala di tollerabilità che spesso porta inconsciamente a considerarne alcune più sacrificabili di altre, viene trasposto proprio per parlare di razzismo, di immobilità sociale e di lotta di classe. Perché la percepita differenza tra razze superiori, ovvero elfi, ninfe, nani, e inferiori, principalmente orchi e goblin, si traduce in disparità sociale, per dirla alla Sergio Leone, divide il mondo in chi ha la pistola carica e chi scava. Chi ha la pistola carica è il padrone, colui che ha le fabbriche piene di forza lavoro a basso costo talmente disperata da non avere alternative se non ammalarsi per le condizioni di sicurezza praticamente assenti o per la fatica di turni massacranti in cambio dello stretto necessario per sopravvivere. In cima alla piramide, credendo di averlo persino meritato (spoiler, anche nel mondo reale i patrimoni sono ereditati, quasi mai guadagnati da zero) c’è chi ha i forzieri pieni di ricchezze che non userà mai e che, sostanzialmente, passeranno alla generazione successiva, mentre quella attuale sta prendendo le manganellate in piazza perché chiede pane e non ci sono brioches da elargire. In sostanza, grazie all’ambientazione di questo romanzo fantasy riusciamo a toccare con mano la teoria del plusvalore di Marx, in cui il sistema, per funzionare, sfrutta il proletariato in maniera sempre maggiore, rendendola di fatto una classe subalterna. E in questo contesto, le idiosincrasie della politica non si contano

“La politica avrebbe potuto cambiare Virmgrado per il meglio. Solo che non voleva. Non voleva mai.”

Il sistema è difficilissimo da scardinare, non solo nella pratica, ma soprattutto nella testa delle persone: politici e imprenditori vanno avanti con la filosofia del divide et impera, perché i diritti di un’altra classe sociale sono percepiti in contrapposizione ai loro interessi, per cui la guerra fra poveri viene incentivata. Persino il protagonista, una creatura a ibrida sia etnicamente che razzialmente e che pensa di avere uno sguardo neutro e imparziale, è in realtà imbottito di bias cognitivi dei quali è talvolta consapevole ma che non sempre riesce a riconoscere in tempo da poterli stroncare sul nascere.

“Di storie di abusi lui ne conosceva altrettante. Non si era mai sforzato però di cercarle al di fuori del gruppo di cui faceva parte.”

“Per anni sono stata spaventata dagli orchidi, quindi siamo pari. A mia discolpa, è facile avere paura quando chiunque è più grosso di te.”

Un Affare per Orecchie a punta è un esempio virtuoso di come talvolta il fantasy ci possa accompagnare nella comprensione della nostra realtà: i concetti raccontati sono veicolati da una trama interessante, da una prosa curata e non sono mai fini a sé stessi, regalandoci un romanzo imperdibile compatibile sia con i gusti di chi cerca l’intrattenimento dato da una storia incalzante, sia di chi cerca il messaggio impegnato.






Titolo: Un Affare per Orecchie a punta
Autore: M. Maponi
Genere: Fantasy noir
Casa editrice: Lumien
Codice ISBN: 9791281256248

Cosa troverai in questo libro:
lotta di classe, ambientazione fuori dal comune, critica sociale

Lascia il primo commento