Il 9 settembre 2025 è morto uno degli autori che più ha plasmato i miei gusti da lettrice e, lo ammetto, anche di scrittrice. Stefano Benni non è stato solo uno scrittore, ma anche musicista, drammaturgo, giornalista e, in senso più ampio, attento osservatore della società italiana. I suoi libri, che spesso hanno per protagonisti bambini e ragazzi, sono intrisi di un’ironia che oggi è raro trovare nella letteratura italiana. Il suo modo di descrivere le storture della vita quotidiana nello stivale, soprattutto quella degli anni ’90 del secolo scorso, attraverso la lente del fantastico mi ha insegnato cosa è la satira e come questa debba sempre prendersela con i più forti (altrimenti non è più satira, ma bullismo).
Ma le sue storie sono molto più di ironia e commedia. Le trame dei suoi libri sono un intreccio magico di poesia e immaginazione, con personaggi strampalati, paesaggi splendidi e avventure rocambolesche. Chi legge spesso ne esce frastornato, ma è un’esperienza indimenticabile.
Per rendere omaggio a questo grande autore, ho deciso di rileggere La Compagnia dei Celestini, uno dei suoi romanzi più celebri insieme alle raccolte di racconti Bar Sport e Il bar sotto al mare.
Se la definizione di urban fantasy è quella di una storia fantastica ambientata in un ambiente urbano (possibilmente degradato) allora la Compagnia dei celestini è perfettamente aderente al genere.
Abbiamo un gruppo di esclusi: gli orfani.
Abbiamo la magia: Santa Celestina e il Grande Bastardo.
Abbiamo la quest: raggiungere il campionato di pallastrada.
Abbiamo il viaggio dell’eroe: per raggiungere l’obiettivo i nostri eroi dovranno affrontare un gran numero di sfide, colpi di scena e perdite terribili.
E abbiamo l’ambientazione: una nazione in crisi con fortissime diseguaglianze sociali e un’urbanizzazione caotica.
È infatti la parte urban di questo fantasy a essere splendida: Banessa è una città tentacolare, con la sua autostrada abbandonata, le sue periferie fatiscenti (memorabile il quartiere Diecilire, la bidonville dei disoccupati) e un fiume che sembra l’Ankh Morpork di Pratchett.
Rigolone Marina, al contrario, è la perfetta parodia della Riviera Romagnola anni ’90, con le discoteche, le spiagge con i lettini a castello e il mare che sembra brodo di seppie.
Ma passiamo alla trama
Nell’anno 1990 e rotti, nel fiorente stato di Gladonia, nella ricca città di Banessa, nell’elegante quartiere dei Palazzi Vecchi, nel misero refettorio dei Padri Zopiloti, erano le sedici e trenta, ora di cena.
La grande statua del Cristo col Colbacco sormontava la fila di orfanelli affamati davanti al cisternone di zuppa fumante.
Il volto livido del Signore sembrava annusare con una certa ripulsa il particolare odore che la fraudolenza gastronomica di Don Biffero e alcuni Vegetali Ignoti riuscivano a comporre oggi più nauseabonda di ieri.
Un gruppo di orfani scappano dall’orfanotrofio di Santa Celestina per partecipare al mitologico campionato mondiale di pallastrada, uno sport clandestino e anarchico giocato nelle periferie più malfamate del mondo. Ma la loro fuga scatena una serie di eventi che porterà al compimento della temibile Profezia di Santa Celestina.
Il libro è strutturato in quattro linee narrative che si alternano.
- Gli orfani che vogliono raggiungere il campionato di pallastrada;
- Due preti (Don Biffero, capo dell’orfanotrofio, e Don Bracco, esperto cercatore di orfani) che li cercano;
- Due giornalisti che vogliono lo scoop, sia quello della fuga degli orfani, sia quello del mitico campionato, mai prima d’ora trasmesso in TV.
- Tra queste linee narrative si inserisce anche una favola, quella di Occhio-di-gatto, che andrà a intrecciarsi alla storia principale nel finale. Questi frammenti sono composti da estratti del Libro del Grande Bastardo, il Santo Patrono degli orfani, dei diseredati, degli esclusi.
Dal Libro del Grande Bastardo, capitolo 7
Se vedi una persona che non si rassegna alla cerimonia dei tempi, che prezioso e invisibile aiuta gli altri anche se questo non verrà raccontato in pubbliche manifestazioni, che non percorre i campi di battaglia sul bianco cavallo dell’indignazione, ma con pietà e vergogna cammina tra i feriti, ecco uno stregone.
Tra situazioni assurde, partite esplosive e un campionario di personaggi bislacchi – tra cui i nove fratelli Pelicorti, artisti che attraversano tutto il libro con le loro opere – quello che traspare dal romanzo è una nazione divisa, corrotta e avida, ma dove gli ultimi e i reietti ancora credono nella solidarietà e in un bene maggiore.
Le mie conclusioni e un avvertimento
Ho sempre amato questo libro, ma quest’ultima rilettura mi ha fatto balzare agli occhi un paio di cose che è meglio segnalare visto che, giustamente, negli ultimi anni la sensibilità dei lettori verso certi temi è aumentata molto.
Il libro è figlio dei suoi tempi, con quell’umorismo un po’ crasso che ha caratterizzato gli ultimi decenni del secolo scorso. Pensate a Luttazzi oppure al primo Beppe Grillo e avrete un’idea di quello che intendo. C’è un uso piuttosto disinvolto di parole come ne*ro o tro*a e c’è anche una scena in cui un tentativo di stu*ro viene utilizzato come espediente comico (per sbeffeggiare Don Biffero).
Ma, come detto, la satira (anche violenta) se la deve prendere con i potenti, e questa cosa Benni non la dimentica. Quindi, pur con questi difetti (che oggi saltano agli occhi molto più che in passato), il libro è ancora potente. I bambini sono i protagonisti assoluti e, anche se spesso ritratti in maniera caricaturale, sono una forza della natura che combatte contro il potere che li vuole omologati e televisivi.
L’autore
Stefano Benni (Bologna, 12 agosto 1947 – Bologna, 9 settembre 2025) ha ingannato per trent’anni tutti quelli che hanno tentato di scriverne una biografia. Ogni volta che veniva intervistato raccontava una gran quantità di balle o quasi-balle, creando negli anni una stratificazione mitologica di eventi che potrebbero o non potrebbero essere successi. Di certo c’é che è nato a Bologna, che è cresciuto nell’Appennino (vedasi Saltatempo e Pane e Tempesta, in cui queste ambientazioni dominano la narrazione) e che ha iniziato la sua carriera come attore e giornalista, per poi iniziare a scrivere romanzi e racconti tra cui i più famosi sono Bar Sport, Il Bar Sotto il Mare, Terra! e Margherita Dolcevita.

Titolo: La Compagnia dei Celestini
Autorə: Stefano Benni
Genere: Urban fantasy
Codice ISBN: 978-8807880827
Casa editrice: Feltrinelli
Cosa troverai in questo libro:
Viaggio dell’eroe
Protagoniste femminili forti
Satira politica


