Fantasy, fantascienza, horror… dopo decenni trascorsi a sgomitare per trovare spazio nelle librerie e sul piccolo e grande schermo, possiamo finalmente dire che le letterature del fantastico godono di ottima salute. Festeggiamo: la cultura geek è uscita dal ghetto e diventata mainstream, principalmente perché ci si è accorti che muove un sacco di soldi.
Il fantastico si guarda, si gioca. Addirittura si legge, fatto accolto con costante sorpresa da chi compila le statistiche di lettura (e dal giornalismo culturale).
Tuttavia, il successo non è piovuto in modo uniforme sui generi della narrativa non-mimetica: come già accaduto in passato, sensibilità differenti decretano la fortuna di un tema o di un altro, e di riflesso la crescita del genere che più facilmente ne raccoglie e rappresenta le istanze.
L’impressione comune è che questo sia il tempo del fantasy.
Ciò non significa che non si pubblicano o leggono più storie di fantascienza, horror, weird: è però il fantasy a dominare i cataloghi delle nuove uscite, le classifiche dei libri più venduti, sono suoi i sottogeneri più chiacchierati. Un ulteriore indizio del predominio del fantasy sugli altri generi speculativi è l’attribuzione a esso di titoli distopici o fantascientifici – amicə della sci-fi, tenetevi stretti “Dune”: stiamo venendo a prendervi.
L’esperienza italiana
Chiarito che il fantasy se la passa straordinariamente bene, viene da chiedersi chi stia beneficiando di questo momento d’oro. Se si vende, c’è qualcuno che pubblica; e a monte c’è qualcuno che scrive (almeno fintanto che non saranno le Intelligenze Artificiali a prendere in mano la questione, dando alla fantascienza l’ultima parola).
Quindi, chi scrive ciò che viene pubblicato in Italia sotto la sempre più onnivora etichetta di fantasy?
L’Associazione per la scrittura fantasy italiana Dracones ha recentemente pubblicato una rielaborazione dei dati dell’Osservatorio AIE per il 2023 dedicati al fantastico in Italia che mette in luce un problema strutturale. Dei 47.3 milioni di euro che compongono la quota di mercato del fantastico, solo 3.3 milioni (il 7%) sono di titoli italiani. Una percentuale irrisoria, soprattutto se rapportata a quella di tutti gli altri generi di narrativa (il cui mercato si divide più o meno equamente tra produzione locale e traduzione dall’estero). E tanto più incredibile se si considera che il numero di pubblicazioni fantasy è cresciuto in modo sensibile negli ultimi anni, mentre questa minuscola percentuale di pubblicazioni italiane è rimasta in sostanza la stessa.
Possibile che in Italia si sappia scrivere di tutto, meno che fantastico?
Si tratta, ovviamente, di un’ipotesi assurda. E non soltanto perché il nostro Paese ha dato i natali a opere di enorme prestigio che rientrano a pieno titolo nella narrativa speculativa: non c’è bisogno di scomodare Italo Calvino, Primo Levi o Tomasi da Lampedusa per dimostrare che anche in Italia sappiamo scrivere fantastico. Nessuna nazione ha il monopolio sull’immaginazione, è ora di scrollarci di dosso l’intorpidimento causato da decenni di colonialismo culturale.
Il ritrovato interesse per il fantasy italiano, declinato in movimenti mossi da spirito di rivalsa, gruppi di lettura dedicati, nuove case editrici, festival e associazionismo è il punto di approdo di una riflessione durata anni. La sua varietà rispecchia l’esistenza di un discorso frammentato, portato avanti in spazi privati o da piccoli gruppi. Di veri e propri laboratori di sperimentazione, impegnati a sondare strade alternative per colmare il divario tra il fantasy e gli altri generi letterari, e tra il fantasy italiano e quello di matrice anglofona.
Cos’è il fantasy italiano?
In un ambiente così effervescente, il ruolo di noi critiche letterarie diventa quello di studiare il fenomeno e individuarne gli elementi principali, insomma di mettere un po’ d’ordine. Impresa tanto emozionante quanto complessa, dal momento che la produzione di fantasy italiana è stata finora completamente ignorata dal mondo accademico.
Trovandoci nella fortunata condizione di poter tracciare una linea, possiamo abbozzare una definizione operativa di cosa sia il fantasy italiano (cosa sia il fantasy è questione che abbiamo affrontato a fondo nei primi capitoli di “Anatomia del fantasy”).
Il fantasy italiano è il fantasy concepito e scritto in lingua italiana.
Potrebbe sembrare una banalità, ma scrivere in lingua italiana non è una scelta obbligata: lo testimoniano le penne italiane che hanno scelto di non farlo, come Francesco Dimitri e Giovanni De Feo. Né si tratta di una scelta scontata: lo sanno bene lə autorə di seconda generazione o immigratə, che l’italiano lo hanno imparato e poi scelto in mezzo a varie alternative quale lingua a cui affidare i propri pensieri. Non è una scelta vincolata a confini geografici, come testimoniano i nostri vicini della Svizzera Ticinese, o le voci delle migliaia di italianə residenti all’estero che durante il giorno vivono immersə in una lingua straniera, eppure per scrivere le proprie storie tornano all’italiano.
La lingua in cui scriviamo ci definisce
Scrivere fantasy in lingua italiana è una decisione, più o meno consapevole, più o meno emotiva. Anche se avviene prima ancora di mettere la prima parola sulla pagina, contribuisce a definire un sistema di riferimento.
Infatti, scegliere di scrivere in una lingua piuttosto che un’altra non è un atto neutro: non soltanto perché determina il futuro del testo (chi lo pubblicherà, dove sarà esposto, quale pubblico se lo troverà in mano…), ma perché la lingua si porta dietro un proprio inscindibile bagaglio culturale. Si va dalla sottigliezza di termini intraducibili alla specificità di usanze locali, dall’oscuro nome di una creatura del folklore al vocabolo dialettale che siamo davvero convintə sia italiano vero.
L’allure dell’Italia non è una patina posticcia da applicare per fare atmosfera (“Santa Mozzarella!” esclama la coprotagonista del film Pixar “Luca”, tra un piatto di pasta al pesto e un giro in Vespa), è qualcosa che filtra dalle nostre dita mentre picchiettiamo sulla tastiera, nello sforzo di individuare la parola che suona giusta.
Fantasy italiano e Med fantasy
Possiamo immaginare cosa stai pensando: Sì, ma l’ambientazione?
Non sarebbe più corretto definire italiano il fantasy ambientato in Italia?
Obbiezione legittima, che trova supporto anche nelle scelte di pubblicazione di alcune case editrici. Tuttavia, messe nella condizione di definire il fantasy italiano, abbiamo scelto (diciamo pure arbitrariamente, anche se i motivi sono spiegati sopra) una strategia includente. Inoltre, ci sono delle controindicazioni nel definire il fantasy italiano come esclusiva funzione dell’ambiente in cui si svolge la vicenda.
Il primo problema è che si tratterebbe di una definizione almeno in parte ridondante: il Med Fantasy (o Fantasy Mediterraneo che dir si voglia) esiste già da più di quarant’anni, andando a incorporare proprio quelle storie che trovano collocazione nel bacino del mare nostrum. Storie con setting non limitati alla penisola italica, certo, ma che la prevedono e spesso la mettono al centro, proprio in virtù della sua posizione geografica. Ci sembra riduttivo considerare il fantasy italiano una costola del Med Fantasy, cosa che farebbe supporre uno sviluppo organico a partire da quest’ultimo; più un retropensiero che un dato reale (quante penne contemporanee hanno letto Pederiali o Zuddas?).
In secondo luogo, l’associazione dell’aggettivo italiano con la collocazione geografica delle storie escluderebbe tutte le opere ambientate non solo in altre nazioni, ma anche in Mondi Secondari senza relazioni con il nostro. A risentirne sarebbe quindi la varietà di sottogeneri; e non è un caso, se nella produzione di fantasy di autorə italianə spopola proprio il Fantasy Storico, o almeno se questo sottogenere è quello che prima e più di altri ha fatto propria la nuova etichetta.
Dove si va da adesso?
Cosa sia il fantasy italiano, in realtà, potrebbe essere un quesito già sorpassato. Il pubblico ha deciso da tempo, creando una propria definizione pratica che consente di selezionare nuovi libri da leggere e consigliare. Accomunati dall’hashtag #fantasyitaliano troviamo perciò titoli diversi per tono, registro, sottogenere; accumunati dal non essere opere in traduzione, prima ancora che dall’italianità del nome in copertina (anche perché permane un certo gusto per lo pseudonimo).
No, sospettiamo che il prossimo futuro ci riserverà una domanda molto più complessa: esistono degli elementi comuni, riconoscibili, all’interno del fantasy italiano?
E per rispondere dovremo cominciare a studiare la nostra produzione culturale in modi inediti, dedicandovi finalmente la medesima attenzione già riservata a quella estera.

